Il futuro dell’editoria è più complicato di così

5 apr

Questo blog, si sa, è un rifugio per randagi.
A volte ci piace far sentire la voce di qualcuno che ha qualcosa da dire, ma ha bisogno di spazio. Oggi vi presentiamo un post di Ivan aka Iscarlets su alcuni dei temi che ci hanno reso tutti un po’ isterici negli scorsi mesi.
In bocca al lupo, Ivan ;)

Se avessi scritto questa cosa ieri – come in effetti stavo facendo – avrebbe avuto un aspetto decisamente diverso.
Per esempio, se avessi scritto questa cosa ieri, sarebbe iniziata in un altro modo, e più precisamente sarebbe iniziata così:

L’altra sera mi sono accorto che google reader segnava più di un migliaio di articoli non letti e allora ho pensato che avrei dovuto dare una sbirciata, oppure che avrei dovuto fare anche solo un giro su twitter in modo da essere sicuro di non essermi perso niente di incredibilmente importante. Invece poi ho pensato che non ne avevo assolutamente voglia, ho tirato su una rivista (vera, di carta) e mi sono messo a leggere.

E poi probabilmente avrei perso un sacco di tempo cercando di spiegare quale fosse il mio punto, e magari ci sarei riuscito, e di sicuro avrei fatto un sacco di esempi divertenti ma avrei anche sprecato un sacco di spazio e di energie che avrei potuto dedicare a parlare di altro, a parlare di cose serie o anche solo rilevanti o anche solo un po’ sensate.

Invece stasera sono arrivato a casa e mi sono trovato davanti agli occhi questa cosa qui:

Electronic Publishing Bingo

Questa cosa qui si chiama (è scritto bello grosso) Electronic Publishing Bingo, l’ha messa assieme il signor John Scalzi – per me un illustre sconosciuto fino a un paio d’ore fa – e l’ha pubblicata sul suo blog. Se vi interessa sapere chi è John Scalzi (ma magari lo sapete già e io sto facendo una discreta figuraccia perché dovrei saperlo pure io) qui trovate una esaurientissima biografia. Quello che invece interessa a me è quello che il mio nuovo amico ha scritto sotto il Bingo e che riassume perfettamente quello che penso:

For those of you unfamiliar with the “Bingo Card” concept, basically, if you see one or more of your favorite arguments for how ZOMG EPUBBING WILL CHANGE THE WORLD FOR EVAR on the bingo card, you can be assured that your argument is not, in fact, anywhere as good (or original) as you might think it is. You might wish to cultivate new ones, or at least learn why your favorite argument isn’t always super-mega-ultra-convincing to those of us who have to think about this stuff as it regards our professional lives.

Sappiamo tutti l’inglese alla grande perché l’abbiamo imparato guardando serie tv in streaming per cui non è il caso di perdere tempo a tradurre. Le cose davvero importanti qui secondo me sono due (ovviamente sono molte di più, ma diciamo che per ora sono due): la prima è l’ultima frase citata qui sopra, ovvero come vive questa cosa dell’editoria digitale chi ci lavora tutti i giorni; la seconda è che siamo caduti in un frame.

Giusto una premessa. Io lo so che questa roba qui è noiosa. Arrivare e mettersi a rompere le uova nel paniere è noioso. Dire che le cose hanno un grado di complessità più elevato di così è noioso. E soprattutto non gliene frega niente a nessuno. Voglio dire, perché mai dovresti metterti a fare analisi quando puoi cavalcare l’epica della revolucion e sbattertene del resto?

Alla fine, l’unica risposta è perché sì.

Cominciamo dal frame. Ovviamente tutti più o meno possiamo intuire cosa intendo io qui per frame, però volendo essere più precisi, ecco qui la definizione che ne dà la voce italiana di wikipedia:

Il framing definisce la “confezione” di un elemento di retorica in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. I mass media o specifici movimenti politici o sociali, oppure determinate organizzazioni, possono stabilire dei frames [1] (nel senso specificato) correlati all’uso dei media stessi.

Detta così suona un po’ troppo da teoria del complotto, e io non credo nei complotti. I frame sono soprattutto delle cristallizzazioni semantiche nate da un processo orizzontale di consenso attorno ad un significato. Si costruiscono col nascere di una comunità, di un gruppo sociale, di una sfera di interesse e servono a delimitare il campo, a dare i nomi alle cose e viceversa. La cosa brutta dei frame è che quasi sempre non ci si accorge di averli creati, e un istante dopo ci si ritrova intrappolati sulla tessera di un bingo, aspettando che chiamino il nostro numero. Se ora avete pensato a Flatlandia, è esattamente lì che volevo andare a parare.

Soprattutto, i frame esercitano – che lo si voglia oppure no – una serie di effetti a catena, riassumibili con la riduzione della complessità di un fenomeno. Il luogo perfetto in cui (e da cui) assistere a questo processo ultimamente è diventato twitter. Io su twitter sono un novellino, ci bazzico giusto da qualche mese, ma è stato un periodo di tempo più che sufficiente per veder succedere questa cosa qui:

  1. Mi iscrivo e inizio a seguire gente che si occupa di editoria digitale, online marketing, social media e robe così.
  2. Tutta questa gente dice cose interessanti, i flussi di informazione sono variegati, la sensazione è quella classica da brodo primordiale: non si capisce cosa ma qualcosa sta succedendo.
  3. A un certo punto la conversazione si trasforma in chiacchiera, la chiacchiera in brusio, il brusio in un mantra irrinunciabile che ripete: le cose stanno cambiando. O, per dirla come il nostro amico John Scalzi, ZOMG EPUBBING WILL CHANGE THE WORLD FOR EVAR
  4. Smetto di accedere a twitter, mi metto a ignorare google reader e a rimuginare su questo coso che sto scrivendo ora.

Quello che è successo è che a un certo punto tutti si sono messi a ripetere la stessa cosa, senza più argomentare, senza farsi venire dubbi, individuando una serie di pratiche condivise e di obiettivi comuni da perseguire. Per inciso, questi obiettivi comuni sono quelli che si trovano nel Bingo, oltre a un paio di robe molto italiane tipo che bello all’estero invece noi qui a far pietà e voglio un casino gli enhanced book perché così so come usare il mio iPad e mi sento up to date. In ogni caso, sottolineare come le cose stessero cambiando FOR EVAR è diventato ed è tutt’ora una pratica identitaria. Qualsiasi intervento che evidenzi l’enorme complessità dell’editoria digitale – sia essa di ordine tecnico, economico, culturale, sociale – viene ridotta a scusa portata dai biechi editori cattivi per fottere i poveri proletari alfabetizzati. Fine. Benvenuti nel frame.

Ora, io sarò sincero. Questa cosa qui è davvero fastidiosa. E’ una rottura di palle, se mi è concessa l’espressione. Perché chi nell’editoria digitale ci lavora (e un sacco di quelli che ripetono il mantra in effetti ci lavora, il che mi fa venire una serie di cattivi pensieri legati a cose come ipnosi e tenersi buona la gente e plasmare i propri clienti che manco Andreotti) che le cose stanno cambiando lo sa da almeno almeno tre anni emmezzo che è esattamente il tempo trascorso dal lancio del primo Kindle, per cui basta, no?

Ce lo siamo detti, ci siamo annusati, ci siamo visti e piaciuti, abbiamo gioito, ci siamo sbronzati di negroni dalla gioia per il fatto che le cose stanno cambiando FOR EVAR, sì, ok, ma come? Perché? In quale direzione? Chi sono gli attori in gioco? Quali sono i loro scopi? Come mai succedono certe cose e non altre? Quali sono gli elementi che determinano certe tattiche, certe strategie? Perché la novella Giovanna D’Arco Amanda Hoking ha firmato con McMillian, preso un anticipo di due milioni di dollari e dichiarato che My goal has always been to put the highest quality product I can out in a way that is the most accessible to readers. My goal has never been to be the “darling” or the “poster child” for any movement? Il self publishing non doveva salvare il mondo? Nel migliore dei casi la risposta a queste domande è le cose stanno cambiando oppure i biechi editori cattivi.

Non è vero? Sono un emissario della morte nera? Smentitemi. Uno zuccherino al primo che mi porta un’analisi seria delle componenti di costo aka conto economico per la produzione di un ebook. E ho detto seria, quelle che comprendono espressioni come “non ci sono i costi di stampa / la distribuzione / le giacenze / io ne ho fatto uno carino con Sigil” sono squalificate in partenza.

Sul serio, io ho bisogno di sostanza. Di ragionamenti articolati. Di un vero content che sia un vero cazzo di king, un despota come dio comanda. Di interviste che abbiano più di tre domande, di analisi cazzute, di sintesi accurate, di qualcuno che mi spieghi come diavolo funziona nei dettagli l’Adobe Mobile SDK e del motivo per cui l’IDPF non obbliga quei cazzoni di Adobe a visualizzare correttamente tutti i caratteri compresi nell’Unicode UTF-8. Perché cose del genere c’entrano col fatto che le cose cambiano più di quanto molti pensano e perché comprendere cose del genere significa capire meglio il resto e perché mi sa che forse è il caso di provare a rompere il mantra, magari.

Per cui, se questo coso interminabile che sto scrivendo non dovesse far crollare gli accessi al sito della gentile padrona di casa, e riuscisse ad evitare di compromettere la di lei del resto brillantissima reputazione, potrebbe trasformarsi addirittura in una rubrica fissa, un posto dove, per dire, mettere da parte le boiate, cercare di infilare un paio di pensierini carini, e soprattutto trovare qualcuno in grado di decifrare i tweet taggati con #eprdctn. Sul serio, sono un enigma.

  • http://www.alese.it Gabriele

    Comunque hai ragione, oltre che sul resto, sul fatto che i tweet di #ePrdctn siano incomprensibili. Ma non sai quante volte mi hanno salvato in corner ;)

  • http://www.cervellifuori.it jembenton

    questo coso che hai scritto spacca. sottoscrivo.

  • ilpiac

    In questo pezzo “content is king”.
    Realmente.
    Mi sa che me lo rileggo pure.