Nessuno cucinerebbe una trota opaca, ovvero dell’arte nascosta negli oggetti-libri

Questo blog, si sa, è un rifugio per randagi. (cit.)
Oggi pubblichiamo un contributo di Sarto, una vecchia conoscenza dei lettori di questo blog, che farà accapponare la pelle a tutti i paladini del libro digitale.
In bocca al lupo 😉

Sono uno di quelli che si aggirano per librerie e biblioteche con lo stesso spirito di chi cammina tra gli espositori del mercato del pesce.

Capita a tutti di accostarsi al bancone refrigerato di un pescivendolo, con la vaga intenzione di acquistare una trota, e di trascorrere almeno cinque minuti in contemplazione dei diversi esemplari adagiati sul letto di ghiaccio spezzato, in cerca di quello con l’aspetto migliore, di quello con la giusta luce lattiginosa cristallizzata nell’occhio spento, di quello con il nitore di squama più accattivante. Tutto ciò, nella ferma convinzione che, se l’immagine esteriore è buona, allora anche il sapore dell’animale cotto dovrà necessariamente essere squisito, e questo nonostante una parte di noi continui a ripetersi che, in fondo, sono TUTTE trote e sono TUTTE fresche e bene o male sapranno TUTTE dello stesso, identico, trotesco sapore.

Allo stesso modo, un libro deve piacermi come oggetto, come mero contenitore, prima che per la storia della quale si fa vettore.

Mi muovo tra i banchi della libreria in cerca del volume perfetto, quello con la copertina d’impatto ed il titolo sufficientemente evocativo. Quando ne individuo uno, lo afferro con circospezione, lo soppeso, leggo la quarta di copertina, i risvolti, le prime righe del primo capitolo, l’ultima parola dell’ultimo paragrafo, faccio correre le pagine sotto il pollice, ne annuso l’odore (senza farmi vedere, si intende, e diciamoci la verità: la parte più primitiva di noi vorrebbe annusare anche una trota, prima di acquistarla. Giusto per essere sicuri di non sbagliare e che non si tratti di VELENO), misuro la consistenza del blocco pagine, insomma, lo disamino come semplice manufatto, oggetto-libro, che esiste indipendentemente dalla storia-messaggio contenuta al suo interno. A questo livello, per quanto mi riguarda, le pagine potrebbero essere completamente bianche.

La valutazione sulla possibilità che il contenuto astratto del libro possa accordarsi o meno ai miei gusti, il vademecum rappresentato dalle reazioni della critica letteraria e dalle recensioni, la cartina al tornasole offerta dalla biografia editoriale e dalla notorietà dell’autore, il testo in quarta di copertina (di norma, un riassunto della trama), le civette sui risvolti, le prime righe del primo capitolo, l’ultima parola dell’ultimo paragrafo: questi sono tutti elementi determinanti ai fini dello stimolo finale ad acquistare l’intero pacchetto (oggetto-libro+libro-Storia), ma verranno considerati solo in un secondo momento, dopo che i miei cinque sensi avranno approvato il manufatto in quanto tale.

Non ho la più pallida idea di quanta buonissima letteratura mi sia negato in virtù di questa procedura di scelta-acquisto, ma sono felice di dare quotidianamente una ragione di esistere a tutti i grafici, gli impaginatori, gli esseri umani che si nascondono dietro alla realizzazione del libro-oggetto, accidente fisico che in quanto tale potrebbe essere posto su una mensola di casa per il suo solo valore estetico, per la sua rappresentazione del fenotipo perfetto di LIBRO.

Ian McEwan, Solar
Ian McEwan, Solar

Solar di Ian McEwan è uno di quei libri che, a scapito dell’allettante riassunto della trama in quarta di copertina, non hanno superato il mio esame iniziale, e che pertanto non ho acquistato. Edito da Einaudi, ha la sobria eleganza tipica dei volumi della casa editrice torinese: carta ruvida dall’elastica compattezza (è un piacere stringere il libro aperto, tra pollice ed indice, mentre si viaggia in treno o stesi sul letto, prima di dormire: è come saggiare la consistenza di un toast ben farcito); l’immagine in copertina è una fotografia ravvicinata del globo solare, inserita in un campo nero opaco. D’effetto, senza dubbio, ma non abbastanza. Il titolo non comunica granché, non trasuda alcun succo tentatore, così come le annotazioni sui risvolti del copricopertina. Quest’ultima, tra l’altro, è di un satin patinato che risulta spiacevole sotto i polpastrelli, come la superficie inospitale di una lavagna cartacea. La righe del testo sono fitte, gonfie, con pochissimi capoversi ed un numero irrisorio di battute di dialogo (su un estensione di 346 pagine). Lasciano presagire una narrazione serrata, impegnativa, densa, sullo stile di Garcia Marquez.

Ho letto Solar dopo averlo preso a prestito presso la Biblioteca Manfrediana di Faenza. Le biblioteche possono soccorrere nel recupero di parte della buona letteratura che potrei infelicemente risparmiarmi tramite il modus decidendi descritto sopra, e questo perchè il noleggio gratuito annulla l’ultimo dei parametri valutativi che concorrono all’acquisto di un libro, (e su cui ho molto eloquentemente soprasseduto) ovvero il prezzo: capita spesso che un libro, in bilico tra il minimo soddisfacimento dei requisiti sensoriali ed il buon presagio di una storia al suo interno, non venga infine acquistato, a causa del suo costo eccessivo. In questa sventurata categoria, rientrava Solar (20 euro), più volte soppesato alla Libreria Incontro di Faenza e mai trasportato fino alla cassa vicino all’uscita.

Il libro non mi ha entusiasmato, ma l’ho letto con piacere.

McEwan è ironico, incisivo, rapido quanto efficace nelle descrizioni, capace di far detestare il suo abominevole protagonista, Michael Beard, Premio Nobel per la Fisica, ma anche di suscitare in chi legge una miscela di compassione e disgustata affezione per lui, tanto che più di una volta il lettore si trova a scuotere la testa tra l’irritato e l’affranto, di fronte alle nefandezze quasi infantili commesse da un uomo che, in fin dei conti, si trova in mano le chiavi di una terza rivoluzione industriale, capace di mutare il destino del pianeta e di migliorare la qualità della vita di sei miliardi di persone.

Splendida la descrizione dell’Inghilterra vista dall’alto di un aereo di linea, dove Michael Beard utilizza i riferimenti geografici offerti dal panorama per ricostruire in un unico, intenso monologo interiore tutte le vicende della sua vita sentimentale e professionale. La minuziosa attenzione, il gusto e l’evidente divertimento con cui McEwan racconta i pasti del suo protagonista, lascia intuire un notevole amore per il cibo (e fa venire una gran fame, perciò occhio).

 

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