Sulle responsabilita, le scelte ed altre spiacevoli cose.

“Time subtracts, takes away your hair, takes away your jump shots”

-Bobbie Ann Manson

Le stagioni non hanno paura del Mietitore

-Blue Öyster Cult

Non sono mai stato un grande appassionato dei fumetti della Marvel, quelli, per intenderci dell’Uomo Ragno, gli X-Men, i Fantastici 4 e così via. Ho sempre preferito Dylan Dog e qualunque altro fumetto riuscisse ad appagare il mio precoce gusto per l’orrore ed il mistero.

Allo stesso modo, non sono mai stato un amante della vita da spiaggia. Non ho niente contro il mare in sé, anzi, adoro ubriacarmi di Margarita su una terrazza di pietra bianca, mentre il sole scende a carezzare le acque di un golfo roccioso (non che l’abbia mai fatto, ma sarebbe grandioso): è solo che ciabattine, telo da spiaggia, sabbia appiccicata alla schiena sudata e caldo apocalittico non rispecchiano il mio ideale di vacanza. Non lo rispecchieranno mai. E ora, conducetemi pure sulle sponde arroventate del Mediterraneo, costringetemi steso su un letto di conchiglie morte, incatenatemi ad uno scoglio all’inconcepibile ora di mezzogiorno meno un quarto. Non opporrò resistenza. Ma se, ad un certo punto, crederete di riconoscere sul mio viso una smorfia di rassegnazione, o peggio, un blando sorriso di serena accettazione del mio destino, non illudetevi: la parte primordiale del mio essere, la componente più genuina del mio Io, starà ancora sognando picchi scoscesi spazzati dal soffio gelido delle nevi perenni, e prati sterminati, e boschi umidi di pioggia estiva, e l’odore dell’erica e della resina, e legno caldo, e pietre coperte di muschio.

Come si legano gli X-Men e il mare? E soprattutto, cos’hanno a che fare con il titolo che ho piazzato in cima alla pagina? Più di quanto pensiate.

Delle vacanze al mare di quando ero bambino conservo ricordi piacevoli che non hanno niente a che fare con la vita da spiaggia (a parte le merende con la frutta candita: per gustare uno spiedino di acini d’uva ricoperti di zucchero fuso dovevi per forza di cose trovarti sulla spiaggia, ad un orario compreso tra le 15 e le 17:30; mi chiedo se il vecchio baffuto che tirava il carretto e gridava a ripetizione “Fruttafrescavitamineee!” sia ancora vivo). Ricordo in special modo le edicole. Le edicole disseminate lungo la riviera romagnola sono molto diverse da quelle che si possono trovare nelle città a ridosso dell’Appennino o nel limbo nebbioso della Bassa, e per me, bambino tra gli otto e i dieci anni, rappresentavano piccole botteghe delle meraviglie. Era a causa dei vasconi, soprattutto: così chiamavo i grandi box di legno sistemati di fronte ai classici chioschi da edicola, e che costituivano una loro meravigliosa appendice. Erano utilizzati come espositori di un’impressionante quantità di albi a fumetti, veri e propri oceani di carta riciclata e patinata, in cui potevi rinvenire ogni sorta di pubblicazione, di seconda mano o ancora avvolta nell’abbraccio del cellophane. E, cosa assolutamente straordinaria, le persone avevano il permesso di frugarvi dentro a piacimento, per tutto il tempo che desideravano. Per un tipo come me, era come possedere le chiavi di una sala giochi in cui non avevi bisogno di gettoni; così, presi l’abitudine di sgattaiolare fuori dall’albergo nelle prime ore del pomeriggio, mentre i miei genitori e i miei fratelli onoravano l’antico rito della “pennichella prima di andare in spiaggia”, altra odiosa pratica che mi irritava quasi quanto l’obbligo dopo mangiato di aspettare le canoniche tre ore prima di fare il bagno. Se in questo momento penso all’immagine di un bambino di dieci anni che se ne va in giro per i fatti suoi tra i viali sonnacchiosi di Milano Marittima, mi vengono i brividi; ma, a quanto pare, all’epoca era una cosa fattibile. Meno delinquenza, mi si dice. E un po’ meno apprensione da parte dei genitori, aggiungerei in tono spocchioso, ma solo prima di rendermi conto che oggi mio figlio non lo manderei in giro da solo neanche fino al forno di Fognano (e prima di congratularmi con me stesso per essere sopravvissuto alla mia stessa infanzia). Fatto sta che, all’epoca, era bello camminare tra le macchie di luce dorata che il sole lasciava cadere sui marciapiedi attraverso le chiome profumate dei pini; le mie pianelline mandavano un suono raschiante di sabbia clandestina, mentre procedevo sull’asfalto deformato dalla forza sotterranea delle radici degli alberi. Erano momenti sospesi, in cui il silenzio pomeridiano era rotto dai suoni  ovattati delle stoviglie e delle faccende che uscivano dalle finestre aperte delle sale da pranzo degli alberghi, dove già i camerieri preparavano per la cena serale. Camminavo senza pensare a nulla, assaporando la sensazione elettrica generata dal fatto di essere a spasso da solo nella calura delle strade semi-deserte, unico essere vivente immune all’incantesimo che aveva addormentato il resto del mondo; io solo, sulle mie pianelline, con la mia canottiera a righe gialle e rosse che penzolava attorno al corpo magrissimo come una bandiera in un momento di bonaccia, e con la mia destinazione ben chiara in mente.

L’edicola si trovava all’angolo con uno dei corsi principali del paese. Davo sempre la buonasera all’edicolante, un po’ perché così si raccomandava mia madre e un po’ perché mi sembrava che la mia piccola cortesia servisse a giustificare il fatto che avrei trascorso i prossimi 40 minuti a curiosare nel vascone: quella faccenda del “permesso di frugare tra gli albi” mi sembrava una cosa troppo bella per essere vera, soprattutto considerando il fatto che la maggior parte delle volte lasciavo l’edicola senza avere acquistato nulla. Perché, vedete, il novanta per cento del gusto di quei viaggi solitari all’edicola dell’angolo non risiedeva nella prospettiva di comprare un albo a fumetti: la cosa che mi mandava in brodo di giuggiole era la possibilità di ficcare il naso ovunque volessi, di prendere su un albo e sfogliarlo, di ammirare i titoli esplosivi e sanguinolenti sulle copertine patinate, di giocare con me stesso, nell’intimità silenziosa della mia immaginazione deliziata, a “trova il personaggio che ti piace di più”; e quello era un godimento che non poteva essere gratuito, era troppo bello, troppo entusiasmante. Provarlo senza sborsare una lira mi faceva sentire come un ladruncolo da mercato. Oggi sono consapevole del fatto che non è possibile recarsi all’edicola e sfogliazzare a piacimento giornali e riviste per poi rimetterli a posto, salutare ed andarsene fischiettando; così come riconosco che quel particolare edicolante di Milano Marittima era una persona eccezionalmente gentile. Ma i bambini hanno dei privilegi, per il semplice fatto di essere bambini. Hanno l’obbligo di averne. E, forse, per sentirsi ripagato della sua cortesia e chiudere un occhio sulle poche lire non guadagnate, al buon edicolante bastava spiare dalle ombre del suo loculo incandescente la mia espressione trasognata e colpevole, mentre circumnavigavo ancora e ancora il perimetro del vascone, fermandomi di tanto in tanto per gettare un braccino abbronzato a pescare un albo a caso: dovevo essere uno spettacolo spassoso.

Anche se, di tanto in tanto, qualche soldo da spendere l’avevo, magari perchè avevo conservato la banconota da mille lire che la sera precedente i miei genitori mi avevano dato per comprare un Cremino: rinunciare ad un piccolo piacere per un altro, questa è la politica economica a cui il padre e la madre di tre figli devono addestrare la prole per salvaguardare il patrimonio familiare durante una vacanza al mare. Mi seccava un po’ passeggiare per il lungomare illuminato mentre i miei fratelli succhiavano soddisfatti il loro Cremino, ma bastava il pensiero dell’albo a fumetti che avrei potuto comperare il giorno seguente a risollevarmi il morale. Non che con mille lire si potesse acquistare gran che.

Ed ecco che, in virtù dell’incontenibile potere della scrittura, il soggetto “mare” viene ad incontrare il soggetto “fumetti della Marvel”, sposati in apertura d’articolo senza un soddisfacente rito nuziale. Perché, guarda caso, in un angolo del vascone della mia edicola di fiducia si trovava una sezione, con tanto di cartello, riservata alle “OCCASIONI! 1000 LIRE”. Si trattava di un’ammucchiata caotica di albi di seconda mano in cui i titoli della Marvel rappresentavano la maggioranza qualificata (gli altri erano soprattutto Skorpio e Lanciostory, roba disegnata troppo male per i miei gusti raffinati di bambino di dieci anni..). Era naturale ed inevitabile che la mia scelta ricadesse su di loro, e non solo a causa del prezzo: qualunque altra pubblicazione con un livello di violenza ed erotismo superiore a quello degli albi della morigerata casa editrice americana, sarebbe stata impietosamente vietata da mia madre. Quindi, niente irrequieti coperti di bara, per me, né fanciulle piuttosto svestite in ostaggio a mostri sanguinari; mancavano un paio di anni al giorno in cui avrei trovato il coraggio di sfidare il sistema e di acquistare il mio primo Dylan Dog (“Oltre la morte”, numero 88, nel gennaio del 1994): entrai in casa nascondendolo sotto la felpa, sentendomi emozionato e colpevole al tempo stesso, come un narcotrafficante completamente fatto in fila alla dogana. Ma il senso di colpa ed il timore della punizione non furono capaci di prevaricare l’intenso, privato, dolcissimo piacere che provai quella sera stessa nel leggere l’albo clandestino tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina, incastrato al sicuro nell’angolo tra il letto e l’armadio (mia personale roccaforte per ogni tipo di attività illecita). Quella sera, non misi il becco fuori dalla camera: ogni singola vignetta di “Oltre la morte” fu come un orgasmo, per me che ancora non avevo idea di che cosa fosse, un orgasmo. E forse, vedendo che non mi presentavo in salotto per guardare la televisione con il resto della famiglia, mia madre pensò veramente che avessi finito con lo scoprire le agrodolci gioie della masturbazione mentre, invece, ciò che stavo facendo non era altro che domandarmi come diavolo si facesse a scrivere una storia bella e paurosa come quella che stavo leggendo, e se un giorno sarei stato capace di farlo anch’io; spaventare la gente, costringerla a provare le stesse elettrizzanti sensazioni che stavo provando io nell’angolo tra il letto e l’armadio: in quel momento non riuscivo a pensare a nulla di più bello e divertente (e ancora oggi non ci riesco).

Copyright Sergio Bonelli Editore

Ma stiamo perdendo di vista il tema centrale del nostro scrivere odierno. Chiedo scusa: è piacevole fissare sulla carta ricordi tanto dolci. È carina l’immagine del bimbo che cammina sui viali di Milano Marittima; provo una deliziosa nostalgia nel tornare con il pensiero al primo Dylan Dog della mia collezione (oggi ne possiedo quasi 300). Magari state sorridendo anche voi che leggete: sono immagini contagiose. Ora, basta parlare di me: anche se, di recente, un’amica mi ha rivelato che sono un tipo abbastanza abbottonato su quella che è la mia vita e la mia personalità (sarà vero?), mi sono già venuto a noia, e ho paura di annoiare anche voi. Perciò, preparatevi: dopo questa solare scampagnata tra verdi ricordi, il posto dove ho intenzione di condurvi non è affatto piacevole. E quando avrete capito dove voglio andare a parare, forse, proverete come me l’intenso desiderio di andare a letto e dormire per diecimila anni (o di scongiurarmi di ricominciare a scrivere inutili e innocue cazzate nostal-romanticistiche).

Dicevamo, i fumetti della Marvel. Se si dovesse scegliere un mega-topic che riassuma in una sola parola quello che è, in sostanza, il principale filo conduttore (o la tematica di base) di tutte le testate della Marvel (e sono un bel po’), quello sarebbe la RESPONSABILITÀ, e ciò indipendentemente dalle personali caratteristiche, dalla storia e dal vissuto di ogni singolo personaggio (e dai non meno importanti e variegati temi collaterali che a questi si agganciano). Alcuni di voi non sono certamente appassionati di fumetti perciò, per non forzarvi ad andare a sfogliare qualche albo polveroso, eleggiamo a manifesto del nostro assunto di partenza le parole che in Spiderman 1, film che ha rappresentato il capostipite di una serie di molti altri più o meno riusciti,  lo zio Ben rivolge al nipote Peter Parker (alias Spiderman) poco prima di morire nel tinello di casa per mano di un rapinatore senza scrupoli: “Ricorda: da un grande potere derivano grandi responsabilità”.

Questa cosa della responsabilità la notai anche quand’ero piccolo: mentre sotto l’ombrellone leggevo delle imprese di Wolverine, o delle avventure dei Fantastici 4, spesso mi sorprendevo a pensare che, se io avessi avuto la fortuna di possedere uno scheletro di adamantio e la capacità di sfoderare a piacimento inossidabili artigli affilati come rasoi, o se avessi potuto volare completamente avvolto dalle fiamme come faceva la Torcia Umana, o se fossi nato con i sensi iper-sviluppati di DareDevil e con la sua attitudine alle arti marziali, non mi sarei certo preso la briga di sputare sangue per l’umanità. Ma scherziamo? Al contrario, avrei utilizzato i miei poteri per fare un paio di cosucce alle quali tornavo spesso con il pensiero: farla pagare al trio di bulli che a scuola mi rendevano la vita difficile; svaligiare a piacimento i miei negozi preferiti; spiare dalla finestra il mio amore segreto, residente a pochi isolati da casa mia (ad oggi, l’unica ragazza, tra le poche di cui mi sono innamorato, con la quale non sono mai riuscito ad avere una storia. Incompiuto sogno della mia infa-adolescenza, per questo motivo più dolce di quanto avrebbe mai potuto essere); varie ed eventuali. Nessuna impresa eroica. Nessuna ottimizzazione dei miei privilegi, nessun utilizzo solidaristico delle mie superiori capacità. Eppure, gli eroi le cui avventure rendevano più brevi e piacevoli i momenti della mia spiaggia non facevano niente di tutto questo; anzi, non solo si servivano dei loro poteri per difendere le persone più bisognose, per lottare fino ad essere ridotti a masse sanguinolente contro nemici apparentemente invincibili, per realizzare un bene superiore: addirittura sembravano detestare le loro capacità sovrumane. Più della metà dei super-eroi della Marvel potrebbe costituire soggetto privilegiato di qualsiasi tesi di laurea sulla depressione e sull’esaurimento nervoso: Wolverine farebbe la gioia di qualsiasi psicanalista, per non parlare di Peter Parker e Bruce Wayne, con i loro struggenti sensi di colpa, o dell’incazzereccio, piagnucoloso Robert Bruce Banner, o della Cosa, o dello stesso Magneto, che trascorre la terza età della sua vita nel timore di essere nuovamente rinchiuso in un campo di concentramento, questa volta non a causa della sua fede ebrea bensì del suo essere diverso. Questa cosa del rifiuto dei propri poteri, dell’odio verso ciò che rendeva quei personaggi così unici ed invidiabili, proprio non mi andava giù. Cosa diavolo avevano da lamentarsi? E soprattutto: perché si sbattevano tanto? Chi glielo faceva fare? Erano stanchi di sanguinare? Benissimo: potevano tranquillamente ritirarsi a vita privata ed utilizzare le loro capacità solo per sé stessi. Chi mai avrebbe potuto impedirglielo?

Col tempo, mi sono reso conto che ciò che poteva impedirglielo non era un chi, bensì un cosa. La responsabilità. Ed ora arriviamo al punto, perché non ne posso più (Dio, quanto riesco ad essere prolisso…).

Il 10 febbraio, mi sono laureato in Giurisprudenza. L’evento non mi ha particolarmente elettrizzato: subito ho pensato che la maniera distaccata in cui ho accolto la cosa fosse dovuta al fatto che quella non era la prima volta che discutevo una tesi di laurea. Checché se ne dica, la generazione del 3+2, tanto denigrata e tanto poco presa in considerazione in sede di colloqui di lavoro, costituisce una legione di disincantati, consumati e coriacei giovani esseri umani il cui grado di preparazione, in virtù di quello stesso, abominevole piano di offerta formativa che spesso e nella maniera più ottusa impedisce alle aziende di considerarli al pari dei vecchi quinquennali e dei nuovi magistrali (come se la colpa fosse nostra, come se avessimo avuto un margine di scelta), è  in linea generale estremamente superiore (il grado di preparazione) a quello di qualsiasi laureato proveniente dal vecchio o dal nuovissimo ordinamento. Sono convinto di questo, per una serie di motivi che ora non sto ad elencare (ho promesso a me stesso di mantenermi entro il limite massimo di 6000 parole, ma se proprio insistete, vi riassumo il motivo principale: noi del trepiùdue, abbiamo studiato la stessa roba e affrontato lo stesso esame due volte; la seconda volta, con maggiori approfondimenti, giusto per non rammollirci troppo. Volete che stia zitto quando, in sede di colloquio di lavoro, l’avvocato seduto dall’altra parte della scrivania, con il mio curriculum in mano, sentenzia che un vecchio Giurisprudenza Quadriennale ha affrontato il diritto processuale civile in maniera più esaustiva di quella in cui l’ho affrontato io? Allora, tagliatemi la lingua).

Solo in un secondo momento, mi sono accorto che ciò che annullava la mia esaltazione per aver raggiunto un traguardo importante come la mia (seconda, tiè!) laurea, era in realtà la consapevolezza di essere arrivato al momento delle scelte. Le scelte vere, questa volta, le scelte per la vita, quelle su cui, se ci si vuole comportare da persone coerenti e non come bambocci viziati, si deve provare ad impostare ciò che rimane della propria esistenza. A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che simili scelte si fanno già al momento in cui ci si iscrive all’università (19-20 anni): mi sento di obiettare che non per tutti è così. Anzi, ritengo che migliaia di altre persone si trovino nella mia stessa situazione, ovvero quella di chi si svegli all’età di 27 anni, dopo un lungo sogno che, a volerlo descrivere, assomiglierebbe ad una stanza senza finestre piena di ovatta e bolle di sapone, e non abbia la più pallida idea di che cosa fare della propria vita.

Il che, attenzione, non significa che dal giorno della maturità fino ad oggi io me ne sia stato con le mani in mano a guardare il libretto universitario compilarsi alla dignitosa velocità media di sei esami all’anno. Col cavolo: uno che si trovi a leggere quello che oggi è il mio curriculum vitae, potrebbe chiedersi dove io abbia trovato, in tutti questi anni, il tempo di pulirmi il culo dopo aver cagato. Nell’ordine, e dall’età di 15 anni, ho svolto le mansioni di: cameriere e addetto alla preparazione di panini (7 anni tra Bar delle Terme, Osteria della Luna, Osteria del Guercinoro; nel mezzo, da qualche parte tra Bar delle Terme e Osteria della Luna, mi sono maturato con 100/100 al Liceo Socio-Psico-Pedagogico di Faenza), lavoratore stagionale (a raccogliere le pesche sul carro raccolta numero 3 insieme ai miei colleghi senegalesi Mudhu e Soleil), manovale (un terrazzo di Fognano porta la mia firma morale), libero produttore (per Alleanza Assicurazioni, un incubo, durato quattro mesi, su cui sto ancora lavorando con il mio analista); dal 2005, ho lavorato come docente presso innumerevoli istituti per la formazione primaria su tutta la provincia di Ravenna, coprendo cattedre dell’area logico-matematica, di italiano e di sostegno disabili; nel frattempo (leggete: “nel tempo libero”), ho frequentato un anno di Scienze della Comunicazione e mi sono laureato in Scienze Giuridiche e in Giurisprudenza.

Non sono l’unico ad avere fatto tutto questo: sono consapevole che un trilione di altri ragazzi della mia età potrebbero scrivere, su loro stessi, un paragrafo come quello che avete appena letto (o anche molto più intenso). Perchè spiattellarvi il mio curriculum, allora? Non perchè ne vada fiero, non certo per lamentarmi, e neppure per trovare una giustificazione valida per la situazione in cui mi trovo oggi; no, l’ho fatto perchè comincio a pensare che il mio schizofrenico curriculum sia un sintomo radicato del male che oggi mi affligge; è la manifestazione pluri-articolata di una personalità che, in tutto questo tempo, ha sempre rimandato la riflessione libera e sincera su ciò che, veramente e dal più profondo del suo essere, vorrebbe diventare. Non ho mai pensato a come vorrei che fosse la mia vita; non ho mai pensato a ciò che vorrei fare per vivere; non sono mai stato guidato da un sogno, non mi sono mai posto degli obiettivi che costituissero la realizzazione di un desiderio intimo e personale. Ho solo vissuto la giornata, come una barchetta sul fiume, tra mille lavori inutili, un esame dopo l’altro, sforzandomi di non pensare al giorno in cui non ci sarebbero più stati alibi, il giorno in cui avrei dovuto sedermi al tavolo e decidere. Il giorno in cui la decisione sarebbe stata assolutamente necessaria.

Oggi, insomma.

Come sono arrivato qui? La risposta è semplice: ho sempre lasciato che fossero gli altri a decidere per me. Tutto qua: sono bravissimo ad essere ciò che gli altri vorrebbero che fossi (bravo figlio, bravo studente, bravo giocatore, bravo amante, bravo docente, bravo cameriere, ecc.). È un talento naturale. Il problema è che, se ad un tempo questo ti rende una persona estremamente interessante e versatile (uno di quelli bravini in tutto, ma che non eccellono in niente), nello stesso momento ti asciuga l’anima e ti trasforma in burattino. Oh, ma era così rassicurante sapere che tutti erano contenti: il sorriso e l’approvazione delle persone che mi circondavano valeva il prezzo della perdita di me stesso, o almeno così pensavo. Di chi è la colpa? Mia, soprattutto, e del mio essere debole: una debolezza dovuta ad una serie di fattori, tra cui il fatto di essere il primogenito di tre fratelli (e, di conseguenza, quello su cui si concentrano (o che avverte?) le maggiori attese dei genitori), e ad un distorto senso di responsabilità.

Ah, eccoci alla responsabilità. L’avevamo lasciata in compagnia degli eroi Marvel. Certo, quella che ho appena menzionato non ha nulla a che vedere con la responsabilità che ho descritto parlando dell’Uomo Ragno e di Wolverine, ovvero con il dovere di realizzare il proprio potere per il bene comune. No, la responsabilità di cui per tutta la vita mi sono sentito prigioniero consenziente è l’esatto contrario: è l’annullamento del proprio io in favore di qualcosa di profondamente sbagliato come la soddisfazione altrui; è l’assenza di realizzazione della propria personalità, la mancata ottimizzazione di ciò che ci rende persone vere ed uniche, ovvero dei nostri talenti più genuini, quelli su cui delineare le mete e gli obiettivi della nostra esistenza, quelli che, nel momento in cui li esterniamo, ci fanno sentire… felici. Strana parola, a vederla scritta.

Questa falsa responsabilità mi ha portato dove sono oggi. Lo squallido dovere auto-imposto di fare contenti tutti, meno che me stesso, mi ha messo nell’imbarazzante situazione di trovare a chiedermi cosa voglio fare della mia vita e di non sapere dare una risposta automatica e sicura.

Beh, ora ho un paio di mesi per riflettere, diciamo fino alla fine dell’anno scolastico. Prometto una cosa a me stesso, e questo valga come testamento morale con cui la vita che ho vissuto fino ad oggi tira il suo ultimo respiro: imparerò a decidere, imparerò a scegliere senza il timore di seminare scontento e indignazione, senza lasciarmi sviare dal desiderio di realizzare i sogni degli altri. Mi concentrerò su ciò che mi rende felice e sulla base di questo deciderò su quali dei miei talenti puntare l’intera somma della mia esistenza, anche se ciò significherà deludere le aspettative delle persone a me più vicine.

Perchè noi possiamo arrivare a detestare ciò che ci rende quello che siamo, allo stesso modo in cui gli eroi della Marvel odiano i poteri che li rendono tanto particolari: ma senza di quello siamo solo gusci vuoti, pallide imitazioni di esseri umani.

Tutti abbiamo la responsabilità di mettere a frutto i doni che ci sono stati fatti, e che sono diversi per ognuno di noi, senza preoccuparci di quello che pensa il mondo o dell’insoddisfazione, della rabbia e delle lacrime di chi si ostina a vedere in noi qualcuno di diverso dalla persona che in realtà siamo. È difficile, doloroso se volete, ma è necessario.

E tutti abbiamo il dovere di provare ad essere felici. Perchè, e ne sono fermamente convinto, la felicità di una persona, se è vera, autentica e legittima, non può che tramutarsi nella felicità di tutti. È come un processo osmotico, una vibrazione che parte da dentro di noi e riesce in un modo o nell’altro a portare equilibrio nelle nostre esistenze e in quelle di quanti ci vogliono bene. Come tutti i processi può essere doloroso e traumatico, all’inizio, ma io credo che ne valga la pena.

Bene, signori e signore: meno male che ero un tipo abbottonato su me stesso. Se non altro, mi sono mantenuto entro le seimila parole. Spero di non avervi annoiato troppo. Ammetto che questo intervento mi è un po’ sfuggito di mano, ma che volete: in casa sua, uno è libero di tirare i piedi sulla poltrona e di scoreggiare a culo aperto, come si dice dalle mie parti. Chissà quanti di voi pochi che leggete siete riusciti ad arrivare fino in fondo. Se lo avete fatto, tanto di cappello: ho fatto fatica io che sono l’autore! Ora scusate, ma sul Carlino hanno pubblicato un bando di concorso per ottanta posti di Commissario di Polizia e mi è venuto in mente che, quando ero piccolo, avevo una valigetta del detective con la quale mi piaceva moltissimo giocare. Sapete, rilevare le impronte digitali e tutta quella roba lì. Chissà se…

M.

2 Comments

  1. Michela says:

    post MERAVIGLIOSO davvero. e scritto bene bene bene. triste, malinconico, rassegnato, ma improvvisamente speranzoso.
    grazie per avercelo fatto leggere.

  2. dona says:

    Vedrai che niente è successo invano. Sono sicura che quel bimbetto al mare troverà presto “quello che gli piace di più” 😉

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