Twitter nel 2019

In questo post mi faccio molte domande e provo a dare qualche risposta sulla cenerentola dei social network: Twitter.

Andiamo con ordine. Twitter, come tutti i social network e gli altri servizi digitali, è un mezzo per raggiungere un fine.

Dedicare tempo e fatica per padroneggiare alla perfezione un medium costa tempo, fatica, studio, impegno

Ne vale la pena? Non ce lo chiediamo mai abbastanza.
A cosa serve? Supporta il raggiungimento dei nostri obiettivi o aiuta di più chi quella piattaforma l’ha creata?

Nota:
Leggi Seth che lo dice molto meglio di me. E poi questo è un tema complesso e importante su cui ultimamente Luca sta pubblicando riflessioni interessanti.

Detto questo però, quando costruiamo una strategia di comunicazione dobbiamo fare delle scelte concrete e specifiche. Insomma, prima o poi tocca passare all’operatività.

Per questo non vi nascondo che da un po’ di tempo mi interrogo su cosa stia succedendo a Twitter e al suo ruolo. Me lo chiedo perché io a Twitter sono affezionata: sono iscritta da 12 anni ed è sempre stato il social network su cui mi sono sentita più a casa mia, tanto che su di lui ho scritto due librini.

Sempre meno brand scelgono di usare Twitter

Nonostante il mio nostalgico attaccamento, vedo sempre meno aziende utilizzarlo. Perché? Secondo me per almeno quattro, validissimi, motivi.

  1. Perché la pubblicità su Twitter è più costosa e meno precisa rispetto a Facebook e naturalmente Google.
  2. Perché le statistiche indicano ormai da mesi un trend negativo: il numero degli utenti attivi mensili è in calo per il terzo trimestre consecutivo e i dati Audiweb, che aiutano a focalizzare l’attenzione sull’Italia, non danno notizie migliori.
  3. Anche l’interazione langue (questa è una considerazione che parte dalla mia esperienza personale più che dai dati). Da quando il meccanismo di presentazione dei tweet si è “facebokizzato”, sembra sia possibile guadagnare visibilità solo su pochi e ben definiti temi: i mondi più rappresentati sono quelli della politica, dello sport, della televisione (vedi per esempio com’è andato il 2018).
  4. E come se non bastasse, Twitter è impegnativo ed esigente: richiede attenzione in real-time, voglia di discutere, rispondere, approfondire. Al controllo – per altro possibile in misura limitata visto che la conversazione è distribuita su diversi account – è da preferire l’influenza. E misurare il ritorno di un investimento così importante non è semplice.

Total-Digital-Audience-Twitter-Secondo-Semestre-2018.jpg

Total Digital Audience nel giorno medio su Twitter Italia – Creative Commons License: Attribution Non-Commercial – twitter.com/DataMediaHub.
Leggi su DataMediaHub l’analisi di Pier Luca Santoro.

Ma quindi? Twitter ci serve?

Una risposta definitiva, se mai ne esistesse una, io non ce l’ho. O meglio, ho la solita, fastidiosa e scomoda risposta: dipende (semi cit.). Dipende dal brand, dagli obiettivi, dal pubblico.

Nell’attesa di verificare se questo trend negativo continuerà e di valutare il peso degli annunciati cambiamenti alla piattaforma, provo a condividere alcuni appunti sui casi – non molto numerosi e decisamente specifici in realtà – in cui a qualcuno potrebbe ancora servire. Perché se c’è una cosa che non mi piace è prendere decisioni sulla scia del “così fan tutti”. Sarei felice di leggere le vostre riflessioni ed esperienze nei commenti.

Real-time e second screen 

  • Fatto:
    Twitter ha sempre dato il meglio di sé durante gli eventi. In caso di catastrofi come i terremoti o gli attentati, gli aggiornamenti spesso fluiscono su Twitter prima che sui media mainstream. Lo stesso vale per gli eventi mediatici he riescono ad aggregare un pubblico attorno a un evento in diretta: dai tornei di calcio alle Olimpiadi, da San Remo agli Oscar, fino alle elezioni politiche.
  • Cosa vuol dire per le persone:
    Se sei appassionato di uno dei temi di cui sopra, ti puoi ancora divertire 🙂
  • Cosa vuol dire per le marche:
    Raccontare un evento in diretta su Twitter in passato era un buon modo di farlo vivere online. Oggi le dirette sugli altri social network, Facebook, Instagram e YouTube in primis, hanno di fatto sostituito i live tweet. Tuttavia, Twitter rimane un compagno utile per sfruttare il fenomeno del second screen e può essere un canale attraverso il quale rendersi utili per chi si occupa di comunicazione pubblica.

Le notizie, senza filtri 

  • Fatto:
    Twitter ha da sempre assunto un ruolo legato al mercato dell’editoria.
    Da un lato i giornalisti lo usano per informarsi, dall’altro i personaggi pubblici lo scelgono come una specie di agenzia stampa attraverso cui diffondere piccoli comunicati (con risultati discutibili, ma questo è un’altra storia). Anche se i dati non sono positivi, non sono da disprezzare, come sottolinea Pier Luca nello stesso articolo linkato sopra su Data Media Hub:

nella fine dell’anno il newswire social per eccellenza si attesta a circa 212mila utenti unici in meno rispetto al mese precedente [-8.9%], e addirittura a 237mila meno di Ottobre [-9.8%]. […] Si tratta comunque di un audience di tutto rispetto, se si considera che, per esempio, a Dicembre Repubblica si attesta a 2.5 milioni di utenti unici nel giorno medio, e il Corriere, per stare alle due testate principali, è a quota 2.1 milioni, con 8mila utenti unici nel giorno medio in meno rispetto a Twitter.

  • Cosa vuol dire per le persone: 
    Twitter può servire per raccogliere stimoli a informarsi (certo, non ci si deve poi fermare lì). Menzione d’onore per lo sforzo che sta facendo per rendere l’ambiente digitale più sano.
  • Cosa vuol dire per le marche: 
    Se lavorassi nel mondo delle news aspetterei a dichiarare morto Twitter e continuerei a interrogarmi sul suo ruolo che però non può essere solo una “discarica di link”.

Piccoli timidi passi fuori dalla bolla

  • Fatto:
    Su Twitter non si diventa amici, ci si segue e la relazione non è necessariamente a due vie.
  • Cosa vuol dire per le persone:
    Twitter aiuta a mettere il naso fuori dalla propria bolla, sulla scia degli interessi piuttosto che delle persone. Se segui le persone e gli hashtag giusti su Twitter puoi ancora inciampare in idee, pensieri e riflessioni che vale la pena leggere.
  • Cosa vuol dire per le marche:
    Su Twitter brand o personaggi pubblici possono dimostrate competenza, testimoniare conoscenza e di conseguenza rinforzare la propria autorevolezza. Inoltre attraverso il meccanismo del retweet Twitter rimane uno spazio in cui potenzialmente si può entrare in contatto con gli stakeholder (l’influencer marketing potrebbe ancora passare anche di qui?).

La forza delle parole 

  • Fatto:
    Anche se foto, video e GIF sono state ampiamente sdoganate e il proverbiale limite dei 140 caratteri è stato esteso, la forza dei contenuti su Twitter continua a essere il testo breve. E un testo breve, per funzionare, deve essere sintetico, ben costruito e condito con quel pizzico di polvere di stelle (ironia? Sarcasmo? Tempestività?) che lo rende condivisibile.
  • Cosa vuol dire per le persone:
    Twitter, spesso, è amato da chi ama le parole. Gli utenti più attivi in molti casi sono appassionati e competenti (Twitter, come Linkedin, è utilizzato più degli altri social network da un pubblico che ha conseguito una laurea).
  • Cosa vuol dire per le marche:
    Un tono di voce che si sposi con queste caratteristiche non è certo per tutti, ma per qualcuno può essere un’ulteriore dimostrazione di coerenza (penso al sempreverde @einaudieditore per esempio).

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